The Mourning Crown I-Skinbound

scritto da Marta De Nile
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Autore del testo Marta De Nile

Testo: The Mourning Crown I-Skinbound
di Marta De Nile

PROLOGO:«Non senza Lei»

La stanza era avvolta dall’oscurità. Nessun raggio di luce avrebbe potuto intrufolarsi attraverso quel buio fitto e denso, quasi come se fosse vivo. Le finestre erano coperte da pesanti tende di seta rossa, simili al sipario di un teatro. Quando l’uomo aprì gli occhi, l’assenza di luce gli fece fare un sospiro di sollievo. Non perché si aspettasse qualcosa di diverso: perché frammenti del mondo che aveva rifiutato lo perseguitavano nei suoi sogni. Il sole, il cielo, la natura, le persone. Nella dimensione onirica sembrava essere tutto uguale a cinque giorni prima. Ma non lo era. Non lo era, non lo sarebbe mai stato e, soprattutto, non doveva esserlo. Non dopo ciò che aveva perso. Si sedette sul letto con fare stanco, massaggiandosi le tempie. La stanza odorava di chiuso, ma a lui non importava. Nell’aria c’era ancora il suo odore preferito: il profumo di lei. La sua musa, la sua ragione di vita. Colei che, anni prima, aveva preso la sua mente grezza come carbonio e l’aveva trasformata in un diamante tramite l’amore, l’esempio e la pazienza. Tutto ciò che era diventato era in realtà un tributo alla tenacia di lei. Lei gli aveva mostrato il mondo per come era davvero, gli aveva indicato la via, lo aveva reso migliore, lo aveva reso… la persona che era e amava essere. Grazie a lei, lui aveva raggiunto obiettivi che non avrebbe mai immaginato di raggiungere e aveva avuto la fortuna di costruire e vivere in una realtà della quale non avrebbe mai potuto nemmeno immaginare l’esistenza. Una realtà bellissima, funzionale, quasi utopica, dove tutto era come avrebbe sempre dovuto essere e funzionava come avrebbe sempre dovuto funzionare. Lei non era stata solo una persona. Era stata un simbolo, un regalo, un messaggio celeste. In poche parole, il pilastro su cui la sua vita (e quella di tutti quelli che lui conosceva) si fondava. Solo grazie alla sua forza e determinazione erano stati tutti così felici e appagati. E ora lei… non era più tra loro. Era morta, da ben cinque giorni. Da quel momento lui non aveva più lasciato la sua stanza. Non mangiava, dormiva il minimo indispensabile e il suo unico sostentamento era l’acqua. Non perché desiderasse vivere, ma perché sapeva che lei non avrebbe mai voluto che lui morisse, abbandonando la realtà che avevano costruito con tanto impegno nel caos più totale. L’uomo aveva la certezza assoluta che lei avrebbe voluto vederlo andare avanti. Tuttavia, non ne aveva la minima intenzione. Ci doveva pur essere un altro modo… una via di mezzo tra il lasciarsi morire per raggiungerla e vivere come nulla fosse. Ci doveva essere qualcosa che lui poteva fare per lei. Ci aveva riflettuto a lungo, ma nessuna idea concreta aveva attraversato la sua mente.  Avrebbe potuto chiedere aiuto, ma qualcosa gli diceva che doveva essere lui a trovare la soluzione. Sbuffò, alzandosi in piedi e dirigendosi verso la finestra situata a pochi passi dal letto. Scostò le tende, dando un’occhiata al cielo. Per qualche ragione che non riusciva a spiegare, quel gesto era diventato ormai parte integrante della sua routine, un modo per assicurarsi che il mondo seguisse il suo copione. Nei giorni precedenti, il cielo era stato grigio, cupo e nuvoloso. Aveva persino piovuto. In qualche modo, quel tempo calmava la sua mente. Era la prova che la mancanza di lei aveva contaminato tutto ciò che lo circondava, non soltanto il suo cuore e la sua mente. Tuttavia, in quel momento, il cielo era diverso da come se lo aspettava.Era limpido, pulito, brillante. Il sole splendeva alto e luminoso, abbracciando la vegetazione e rendendo i colori di piante e fiori ancor più sgargianti. Fece un passo indietro, stizzito. Richiuse le tende con uno scatto nervoso e dalle sue labbra uscì un sibilo simile a quello di un gatto che soffia. Nonostante il buio, sapeva che non sarebbe inciampato. Conosceva quella stanza a memoria e aveva passato ogni giorno successivo alla scomparsa di lei a muoversi all’interno di essa, avvolto dall’oscurità. Era quasi come se lui stesso ne facesse parte. Il pensiero di tutte le persone ingrate che quel giorno avrebbero riso, danzato, organizzato picnic godendosi quel sole come se lei non fosse mai esistita lo disgustava, facendogli avvertire una sensazione di nausea e una rabbia che non aveva mai sperimentato prima. Il mondo non poteva andare avanti senza di lei. Lui non l’avrebbe permesso.L’unico modo in cui poteva uscire da quel loop era quello di ammettere di non avere tutte le risposte. Per quanto un uomo potesse essere potente, ciò che serviva a lui era impossibile da raggiungere senza aiuto esterno. Era tempo di mettere da parte il suo orgoglio, uscire da quella stanza, abbandonare il comfort che l’immobilità, il buio e il crogiolarsi nei ricordi gli avevano fornito e affrontare il mondo reale. La risposta che cercava era là fuori da qualche parte e non poteva lasciare che il dolore lo incatenasse a quella camera, frapponendosi tra lui e il suo obiettivo, non ora che aveva capito di non potercela fare da solo. Era ora di prendere le redini della situazione. Aveva pensato abbastanza e non era servito a nulla. Ora doveva agire. Ma prima, doveva dirlo a lei. Non poteva lasciarla da sola senza spiegarle per quale motivo doveva farlo.

Corse verso la porta, spalancandola. La luce che filtrava nel corridoio attraverso le finestre gli ferì gli occhi, che si ridussero a due fessure. Non era più abituato a quel tipo di intensità. Nonostante questo, avanzò con passo sicuro fino alla stanza situata alla fine di esso. Lì c’era una teca, che conteneva ciò che rimaneva di lei. Prese un lungo respiro, aprendo la porta e chiudendola con rapidità, avvicinandosi alla teca di vetro. Posò gli occhi su di lei ed ebbe una fitta al cuore. I lineamenti e i colori erano i suoi. La somiglianza era quasi perfetta. Quasi. Distolse lo sguardo, sentendo un’ondata di vergogna arrossargli le guance. Non gli piaceva essere debole o tirarsi indietro, ma quella visione era troppo. Sembrava così… piccola, candida, timida, dolce, serena. Tutto il contrario di ciò che lei era.  Certo, era minuta e i suoi lineamenti erano dolci, ma lei non era affatto timida. Non era dolce, non era docile.Aveva sempre un’espressione fiera e tagliente e nei suoi occhi brillava un fuoco indomabile. Lei era una forza della natura e questo si poteva leggere sul suo volto con chiarezza quando la vita animava ancora il suo corpo. Si schiarì la voce, cercando di superare l’imbarazzo che la mancanza di coraggio nel mantenere il contatto visivo con il suo corpo gli provocava. Non c’era tempo. Aveva aspettato fin troppo e ora doveva agire. “Ciao, mia fata… mi dispiace se non riesco a guardarti” sussurrò con fare dolce e allo stesso tempo nervoso. “Non preoccuparti. Alla fine ho trovato ciò che stavo cercando: la motivazione che mi serviva a prendere una decisione definitiva” fece una pausa, mentre la sua voce diventava più sicura e vitale. “Ora ho capito che il mio orgoglio mi stava ostacolando e che mi stavo rifugiando troppo nel mio dolore. So cosa devo fare per riportarti qui. Uscirò da quella camera, mangerò un pasto sostanzioso e poi… partirò” aggiunse, cominciando a camminare in cerchio attorno alla teca. “E quando tornerò, avrò la soluzione. Questo mondo ingrato ha deciso che continuare a girare senza di te sia un’opzione accettabile. Sappiamo entrambi che non lo è. Non lo è affatto e io lo dimostrerò.  Non punendolo, per quanto l’idea mi risulti allettante, so che non ti piacerebbe. Lo dimostrerò trovando un modo per riportarti tra noi” fece un’altra pausa. Ora la voce era più alta e sembrava entusiasta, quasi… euforica. Ad ogni parola si sentiva più forte, come se il fuoco che una volta era stato dentro di lei stesse bruciando nelle sue vene. Come se la forza arrivasse da lei. Come se fosse stata lei stessa a suggerirgli la soluzione. Come se non fosse mai morta.  “A quel punto tutti capiranno quanto tu sia importante e si scuseranno con te per non aver capito prima che un mondo senza di te non ha alcun senso” concluse, fiero di sé e sorridente. Riuscì persino a guardare verso la teca per qualche secondo.  “Ti renderò giustizia e ti riporterò qui. Tutti capiranno quanto sei importante per questo mondo” concluse. Era come se la sua coscienza si fosse attivata all’improvviso, permettendogli di vedere tutto con estrema chiarezza. Cosa doveva fare, come doveva farlo e in che modo. Finalmente il mondo sarebbe tornato come era e tutto si sarebbe aggiustato. Si lasciò sfuggire una risata vittoriosa, godendo della forza e della determinazione che fluivano dentro di lui come un fiume in piena.



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